martedì 2 febbraio 2016

Da Parks a Dante, passando per Levi

Chi si interessa di traduzione, in particolare in e dall’inglese, avrà quasi certamente già visto l’articolo “In the Tumult of Translation” di Tim Parks apparso nella New York Review of Books. Parks, col suo piglio abituale, dice la sua sulla nuova traduzione inglese di Se questo è un uomo di Primo Levi apparsa nella recente edizione dei Complete Works leviani, la prima completa in inglese. La traduzione di questo testo è di Stuart Woolf, che ha rimesso mano, dopo decenni, alla sua stessa versione del 1959.

Parks solleva vari punti interessanti e spesso condivisibili, pure per chi come il sottoscritto non è un madrelingua inglese e quindi non si azzarda a entrare nel merito delle sfumature di una resa nella lingua d’Oltremanica.
Un aspetto che giustamente sottolinea più volte è che quando il tono dell’originale di Levi è quotidiano o quasi dimesso va reso come tale anche in inglese, mentre pare che la traduzione di Woolf a volte si lasci tentare da scelte lievemente più elevate (per esempio per rispecchiare una radice lessicale o una costruzione sintattica italiana, ottenendo un risultato che in inglese suona troppo “alto”).

Trovo però che, tra i casi che porta, non sempre Parks colga nel segno. Un esempio per tutti: prendiamo un passo di Levi citato e approfondito da Parks:
Molti, bestialmente, orinano, correndo per risparmiare tempo, perché entro cinque minuti inizia la distribuzione del pane, del pane-Brot-Broit-chleb-pain-lechem-kenyér, del sacro blocchetto grigio che sembra gigantesco in mano del tuo vicino e piccolo da piangere in mano tua.
(Per inciso, la virgola dopo “orinano” pare sia assente nell’originale di Levi.)
La versione di Woolf del 1959 – da cui quella recente si discosta solo per qualche dettaglio – è:
Some, bestially, urinate while they run to save time, because within five minutes begins the distribution of bread, of bread-Brot-Broid-chleb-pain-lechem-keynér, of the holy grey slab which seems gigantic in your neighbour’s hand, and in your own hand so small as to make you cry.
Parks ha da ridire su vari punti e contropropone, pur con qualche mano avanti:
To save time many are urinating as they run, like animals, because in five minutes they’ll be handing out the bread, Brot-Broid-chleb-pane-pain-lechem-keynér, that sacred gray slab that looks so huge in the hands of the man next to you and so small you could cry in your own.
Tra altre obiezioni (come il fatto che era sparito del tutto “pane” in italiano, oppure “of bread” rispetto a “of the bread” etc.), uno dei punti contestati è la resa di “bestialmente” con “bestially”. Commenta Parks: «Bestialmente can be used in Italian to mean simply, like an animal» e in parte sarà anche vero, magari più per il sostantivo “bestie” (che in effetti benissimo può essere usato da un allevatore per parlare delle proprie pecore, per esempio) che per l’aggettivo e l’avverbio. Ma se Levi avesse voluto dire “come animali” o “come fanno gli animali”, avrebbe detto... “come animali” o “come fanno gli animali”. Invece sceglie un termine ben più carico, quasi violento.
Non solo: quella formulazione, con le parole in un ordine che non è il più naturale per la frase, con le virgole (una più o una meno che siano) che spezzano il ritmo e lo rendono affannoso, non è certo il “grado zero” tra i modi di dire quelle cose, bensì è un attacco fortissimo, con un empito quasi dantesco («Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia»), e Levi non è che fosse del tutto ignaro di Dante.
E, a mo’ di controprova: come usa Dante “bestia” e “bestiale”? Nel suo corpus compaiono numerose volte, il primo nella stragrande maggioranza dei casi in senso figurato, e – cosa paradossalmente più significativa – le poche volte che lo usa riferito ad animali veri o immaginari, è per parlare della lupa della selva oscura, del minotauro e del mostruoso Gerione. E “bestiale” «è sempre riferito all’uomo, ai suoi costumi, alle sue azioni, con varie sfumature semantiche» (Enciclopedia Dantesca, s.v.), come per esempio quando Vanni Fucci descrive le proprie malefatte: «Vita bestial mi piacque e non umana».

In ogni caso l'articolo di Parks merita senz'altro un'attenta lettura, e finisce pure con un cliffhanger.

giovedì 21 gennaio 2016

Arnaldo Daniello, trovatore d'oltremanica

Se vi siete mai chiesti che cosa stia all’inglese come il provenzale sta all’italiano, andate avanti nella lettura. Se no, pure, perché è giunto il momento di chiederselo.

Secondo alcuni sarebbe bene che ogni opera letteraria venisse tradotta più di una volta nella stessa lingua, per averne più “interpretazioni” (in tutti i sensi) a disposizione.

Come che sia per i testi moderni, questo accade di sicuro per i classici, e permette a chi torna su un testo già tradotto e ritradotto di sbizzarrirsi un poco. E permette in particolare a Dorothy L. Sayers, apprezzata giallista che si apprezzava più come dantista, di reinventare le parole che Arnaldo Daniello, trovatore provenzale, pronuncia nel Purgatorio dantesco in provenzale.

Ricordo che alla fine del ventiseiesimo canto, dopo che Dante ha conversato con Guido Guinizelli, che gli ha presentato Daniello come “miglior fabbro del parlar materno”, il trovatore prende a parlare “liberamente”:
Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo jorn qu’esper, denan.
Ara vos prec, per aquella valor
que vos condus al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!
Questa è l’edizione di Natalino Sapegno, che «per questi versi, assai malconci nei manoscritti» differisce in un paio di punti da altre.
Sapegno traduce così: «Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che non mi posso né voglio a voi celare. Sono Arnaldo, che piango e vo cantando; afflitto contemplo la mia passata follia, e vedo, gioioso, innanzi a me il giorno che spero. Ora vi prego, per quel valore che vi conduce al sommo della scala, vi sovvenga a tempo del mio dolore».

L’invenzione della Sayers consiste nel renderle in scozzese: lo Scots – da non confondere con l’inglese di Scozia e tanto meno col gaelico –, la lingua in cui sono scritte varie poesie di Burns («
The best-laid schemes o' mice an' men / Gang aft agley...»). Più precisamente, il Daniello della Sayers si esprime in “Border Scots”, parlato nel sud della Scozia.
Lei stessa chiarisce in una nota il senso della sua scelta:
Dante has made the poet reply in his native Provençal: partly, no doubt, in compliment to Arnaut’s “mastery of his mother-tongue”; partly, one may guess, in order to display his own facility in the “langue d’oc”; but chiefly, I am sure, because the light French vowels and monosyllabic rhymes impart a peculiar tripping gaiety to the verse and because the unexpected change of language lends an engaging sense of difference to this, the last exchange of speech with the souls in Purgatory. In order to preserve something of this lightness and contrast, I have translated the speech into Border Scots – a dialect which bears something of the same relation to English as Provençal does to Italian.
(Traduzione “di servizio” mia: «Dante fa rispondere il poeta nella sua lingua nativa, il provenzale: in parte, sicuramente, come omaggio al fatto che Arnaut fu il “miglior fabbro del parlar materno”; in parte, possiamo immaginare, per dar mostra della sua dimestichezza con la langue d’oc; ma soprattutto, ne sono certa, perché le vocali leggere e le rime accentate dell’idioma francese concedono una specifica leggerezza alle terzine e perché l’inatteso cambiamento di lingua permea di un piacevole senso di differenza quest’ultimo dialogo con le anime del purgatorio. Per conservare qualcosa di questa leggerezza e di questo contrasto, ho tradotto le parole di Arnaut in scozzese del sud, un dialetto che ha con l’inglese un rapporto vagamente simile a quello che il provenzale ha con l’italiano».)

Ed ecco i versi della Sayers: 


Sae weel me likes your couthie kind entratin’,
I canna nor I winna hide fra’ ye;
I’m Arnaut, wha gae singin’ aye and greetin’;
Waefu’ I mind my fulish deeds lang syne,
Lauchin’ luik forrit tae the bricht morn’s meetin’.
Pray ye the noo, by yonder micht that fine
Sall guide ye till the top step o’ the stair,
Tak’ timely thocht for a’ my mickle pine.

Poi s’ascose nel foco che li affina.

venerdì 2 ottobre 2015

Scaccini della lingua

Sfogliando per altri motivi il Lessico dell'infima e corrotta italianità di Fanfani e Arlía, mi cade l'occhio sulla voce “TRADURRE”. Temendo il peggio – gli autori non esitavano a condannare senza appello parole anche comuni, considerandole forestierismi, solecismi o simili – leggo, e vedo con sollievo che se la prendono solo con l'altro significato di “tradurre”.

TRADURRE. Vale voltare da una lingua ad un'altra, ma non Condurre, Trasportare, Accompagnare. Egli è vero che si dice nella Curia, e anche fuori di essa, per es.: Traducete l'imputato dal carcere innanzi al Giudice - Il condannato fu tradotto alla casa penale per iscontarvi la pena; ma a noi pare che, con forma più italiana, e meglio si direbbe usando uno de' tre verbi qua su mentovati, se no si confondono i due verbi latini Tradere e Traducere. Anche il Tommaséo avvertì che Tradurre in carcere è modo cancelleresco tolto dal francese; e il Voc. della ling. parl. lo disse « modo nuovo e non approvabile, potendosi e dovendosi dire Condurre. » Sicchè, sebbene per la difesa di questa voce il professor Veratti ci abbia cortesemente dato di « scaccini della lingua » (Strenna Studii filologici pel 1869), noi continuiamo a metterla qui, perchè come gli scaccini veri scaccian di chiesa i cani, e levano ogni sorta di bruttura, che la gente poco pulita vi reca: così noi cerchiamo levar dalla lingua ch'è cosa pur sacra, gl'intrugli degli spazzaturai e di chi tiene per essi.

[Accenti e spazi dentro le virgolette come nell'originale.]

A parte  che oggidì la lingua non è più considerata cosa sacra, l'appellativo di “scaccino della lingua” non ci  dispiace.

lunedì 21 settembre 2015

Umberto Eco: Tu, Lei, la memoria e l'insulto

Qualche giorno fa Umberto Eco ha tenuto, nell'ambito del Festival della Comunicazione, una “lectio magistralis” su Tu, Lei, la memoria e l'insulto. Leggetela, ché è bella.
Si parla della perdita della distinzione tra il tu e il Lei (per non parlare del Voi), non per conscia scelta di democratizzazione, bensì perché nella lingua di molti non è proprio più disponibile la scelta. E di qui si parla di rapporto col passato, di perdita della memoria storica, di cura della calligrafia e del fatto che va benissimo, quando è il caso, prendere a male parole il prossimo, ma non con quelle solite misere tre o quattro espressioni.

Avvertenza: Spira, dall'inizio alla fine, un certo spirito da laudator temporis acti, da “ai miei tempi non succedeva”. Ma, almeno a me, non dà fastidio. Sarà perché ho più cose in comune con Eco, nonostante i trentasei anni di differenza, che con chi pensa che Mussolini possa aver incontrato Pound nel 1964?
È vero, può venire per un attimo da sorridere quando si legge «Quali opere letterarie potranno ancora gustare [i ragazzi di oggi] visto che non hanno conosciuto la vita rustica, le vendemmie, le invasioni, i monumenti ai caduti, le bandiere lacerate delle palle nemiche, l'urgenza vitale di una morale?» Ma solo per un attimo, perché poi uno si ricorda di aver pensato e detto, per esempio, che non si può veramente scrivere e neppure tradurre se non si è vissuto, se non si è avuto a disposizione qualche decennio in cui amare la vita e scontrarcisi.
E persino dove Eco sembra dare alla biro la colpa della perdita della calligrafia e con lei di altri valori («la scrittura a biro non aveva più anima, stile e personalità»), chi legge può rimanere lì per lì perplesso, ma poi ripensare al fatto che il gusto di fare le cose per bene non lo hanno solo persone di altri tempi – ammesso che lo abbiano – e che spesso la forma è contenuto (senza contare che chi scrive ce l'ha, una penna stilo calligrafica e un manuale di scrittura italica).

Un'ultima osservazione. La lectio di Eco è il secondo testo che mi capita di leggere in due giorni che confuta il luogo comune secondo cui intellettuali e accademici mostrerebbero un certo snobismo nei confronti della Wikipedia o addirittura la rifiuterebbero in toto.
Valerio Magrelli, nell'introduzione al suo Millennium poetry, argomenta sul perché se ne sia avvalso utilmente nella stesura del libro; e in questa lectio Eco addirittura se la prende con chi non la consulta.

martedì 28 luglio 2015

Sebastiano Vassalli (1941-2015)


Denuclearizzare v.tr.

Come si fa a denuclearizzare un Comune? La faccenda, in Italia e nei banali anni Ottanta, era semplicissima. Bastava che il consiglio comunale esprimesse con una delibera la propria contrarietà alla guerra in generale e agli ordigni nucleari in particolare, e che poi due operai aggiungessero alla normale segnaletica dell’Anas (Azienda nazionale autonoma strade), dove c’è scritto il nome del paese, l’insegna: «Comune denuclearizzato». Tutto qua?, chiederanno i posteri. Tutto qua. Niente missili smantellati né centrali nucleari demolite; niente contatori Geiger né altre diavolerie. Un bel voto e via.

(Il neoitaliano. Le parole degli anni Ottanta, scelte e raccontate da Sebastiano Vassalli, Zanichelli, 1989; p. 35. Classificata come “parola mutante”.)

martedì 26 maggio 2015

I 150 anni di Robert W. Chambers

Piccolo post pubblicitario ispirato dal fatto che oggi è il 150mo anniversario della nascita di Robert W. Chambers, scrittore statunitense vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo, e noto soprattutto come autore del King in Yellow, il Re in giallo, una raccolta di racconti solo parzialmente collegati – in particolare dal ricorrere dell'omonima, inquietante pièce teatrale – i cui “miti di Hastur” ispirarono Lovecraft e altri autori, fino alla recente serie televisiva True Detective.

Un buon modo per celebrare la ricorrenza è leggere qualcosa di Chambers, ovviamente, e magari proprio il suo racconto Il riparatore di reputazioni, il primo del Re in giallo, leggibile autonomamente, nella traduzione del sottoscritto apparsa all'interno del progetto Dragomanni. Lo dicevo che era un post pubblicitario! (Qui il link per chi usa un Kindle.)

martedì 5 maggio 2015

Aldo Moro e “Forza Italia!” (il film)

Ho visto di recente un film di Roberto Faenza, il che mi ha fatto rendere conto che in precedenza ne avevo visto solo il film di montaggio sulla DC Forza Italia!, uscito poco prima del rapimento di Moro e subito dopo ritirato dalle sale. (In realtà, guardando la sua filmografia mi accorgo di aver visto anche il dimenticabile Caso dell'infedele Klara.)
Mi è capitato di leggere che a Moro stesso si attribuisce dal sequestro un elogio del film, a condanna del proprio partito. Ho voluto approfondire. Il fatto viene ripetuto spesso, e un po' allegramente, in rete, ma senza riferimenti specifici. Una fonte che dovrebbe avere un certo peso è un'intervista a Faenza stesso:
Aldo Moro negli ultimi giorni del calvario di via Montalcini, scrisse di “Forza Italia”: “È l'istantanea più fedele della spregiudicatezza della Dc”. Povero Moro. Il film l'aveva visto davvero. Ci ho pensato per anni.
La presunta citazione non trova nessun altro riscontro in rete, e nell'edizione integrale Einaudi delle lettere di Moro dalla prigionia Faenza non compare nell'indice dei nomi (non è una dimostrazione a prova di bomba, ma nell'indice compaiono anche i nomi menzionati solo nelle note, dove presumibilmente verrebbero dati gli estremi del film, se fosse nominato nel testo).
Esiste però anche il cosiddetto “Memoriale Moro”, che è un insieme di testi redatti dai brigatisti e in parte attribuiti a Moro. Qui compare l'unica menzione che ho trovato del film (aggiungo un poco di contesto):
Da qui quell'indubbio poderoso cambiamento di personale dirigente a diversi livelli, di base, di sezione, di provincia, di regione, di consiglio nazionale (meno), parlamentare. Non è detto che tutti siano migliori: sono però nuovi e diversi e portano più modernità, più spregiudicatezza, più laicismo. Infatti il legame con la Chiesa è afflosciato. E per chi abbia visto “Forza Italia”, fa impressione il linguaggio, a dir poco, estremamente spregiudicato, che i democristiani usano al Congresso tra un applauso e l'altro all'On. Zaccagnini. Sono modi di dire e di fare che un tempo sarebbero apparsi inconcepibili.
Peraltro – se le parole sono veramente del rapito – Moro dimostra sì di aver visto e apprezzato il film, ma è meno critico nei confronti della DC di quanto sembri di solito: sembra anzi apprezzarne il rinnovamento. (E “spregiudicato” è un aggettivo pregevolmente ambiguo: può denotare chi se ne infischia delle regole o del vivere civile, ma anche chi è privo di pregiudizi e non si lascia condizionare da “come si è sempre fatto”.)
Spero che qualcuno trovi la citazione esatta, perché non posso certo credere che Faenza abbia inventato la citazione, o che l'abbia riportata a memoria in modo così fantasioso.

venerdì 6 marzo 2015

Di trecca o di cicciaio

Scrive Manganelli a conclusione della «Nota del traduttore» alla sua versione di alcuni racconti di Poe:
Un lungo lavoro su Poe produce due effetti: insegna un certo inglese, ne fa dimenticare un altro. L'inglese di Poe è tutto mentale – non astratto, ma piuttosto collocato in uno spazio inventato, innaturale, snaturato. In parallelo a Poe si può leggere Jane Austen, il cui vitreo linguaggio si finge e mente naturale; ma quando mi è venuto in mano un libro di Dickens, polimaterico, fonico e coacervato dondechesia, ho gustato le vertigini; quello che, suppongo, debbono provare i jinn che si incarnano o, se meglio vi s'acconcia, gli angeli che un celeste errore obbliga a calarsi in un corpo infimo e splendido di trecca o di cicciaio, che vale venditor di trippe per gatti.

mercoledì 4 febbraio 2015

Note alle note a piede d'anfiteatro

Il culto della parola isolata è il trabocchetto più volgare, ma ad un tempo più sottile che si apre dinanzi al traduttore: perché mai, se tutti lo conoscono e stanno sull’avviso, è così facile cascarci?
Benvenuto Terracini


M'è capitato, arrivandoci per caso mentre cercavo quasi tutt'altro, di leggere questo articolo molto interessante: «Note a piede di anfiteatro»: la traduzione dei drammi antichi in una esperienza di laboratorio di Federico Condello e Bruna Pieri (apparso in Dionysus ex machina, IV (2013), 553-603).

Potrebbe apparire piuttosto specialistico, perché parla di un'esperienza didattica di traduzione di testi teatrali classici dal greco e dal latino, con esempi in particolare da Eschilo e Seneca. In prima approssimazione tocca problemi specifici di questo tipo di testi, e quindi non concerne chi legge o traduce testi moderni e in prosa, no?

Niente affatto: la resa in italiano delle tragedie greche e latine mette sotto il microscopio, esaspera in modo fertile, varie questioni che riguardano in realtà qualunque lettura e qualunque traduzione.

Intanto, il “traduttese” alberga ovunque, e se non è quello del doppiaggio affrettato di film americani è quello delle versioni da liceo classico; se dal primo ci vengono i classici automatismi di sicuro, fottuto, dannazione, dalle seconde vengono – anche se per meccanismi diversi – i giacigli, le scolte, gli illustri, e altri traduttismi assortiti

sia di ordine grammaticale (gli “o” dei vocativi, i “fra” dei partitivi, i gerundi delle subordinate implicite, etc.), sia di ordine lessicale (le varie “tracotanze” e “virtù”, le “sciagure” e le “trepidazioni”, etc.); e non c’è da stupirsi troppo se, per il nudo e potente esordio eschileo ..., compare addirittura un “vogliano gli dèi etc.”, cioè l’abituale, abitudinario equivalente scolastico della desiderativa; o se ... le opes di Medea non sono il “potere” ma i canonici “mezzi”; e, ancora, se la presenza del gerundivo nell’avvertimento della Nutrice a Medea (rex est timendus) scatena rese, per così dire, pavloviane come “temere il re è nostro dovere” o “c’è un re da temere” (perché – fra l’altro – in “traduttese” si “teme”, non si “ha paura”).

Ma il traduttese, vecchio e nuovo, è solo uno dei motivi di interesse dell'articolo. Tradurre il teatro antico mette a fuoco almeno altre due questioni con cui in realtà si confronta quotidianamente qualsiasi traduttore.

Uno è il problema dei realia, dei riferimenti culturali ovvî per il lettore (o spettatore) della lingua e dell'epoca di partenza, ma forse misteriosi per chi legge qui e ora. Al contemporaneo di Sofocle era per esempio chiaro che, in certi contesti, se una persona era seduta lo era in segno di supplica. Che fare oggi? Aggiungere appunto “in segno di supplica”? Far inginocchiare quel personaggio anziché sedere? Confidare nella cultura o nell'intuito del lettore/spettatore? E chi o cosa saranno mai l'Istro e il Fasi che, neppure loro, potranno lavare e purgare la reggia di Edipo?
Spero sia chiaro che questa distanza che ci separa da Sofocle o Eschilo non è poi diversa (non dirò neppure “maggiore”) da quella che ci separa dai pescatori della Lousiana o dall'Africa post-coloniale contemporanea. Chi traduce per il teatro deve risolvere tutto, sempre, all'interno del testo – non si danno «note a piede d'anfiteatro» (a questo si riferisce la citazione da Sanguineti ripresa nel titolo) – e anche in questo ha forse da insegnare a chi ha il relativo agio di tradurre per la pagina scritta, che punterebbe però comunque a evitare anche le note a piè di pagina. 

Proprio la destinazione teatrale è alla base dell'altra questione molto istruttiva anche per chi non ha come destinazione il palcoscenico: la “dicibilità”. È problematica e contestata fin dal nome, ma è innegabile: il testo deve “suonare bene”; o magari suonare male, scabro, straniante ma a ragion ben veduta.
Questo naturalmente significa, ma solo al livello più elementare, evitare ovvî e buffi accostamenti: «“Ti ritiri?”, “più pio”, “telai idei”, “flutti di mare” (“arselle, garusoli, vongole e simili ghiottonerie”?), etc., secondo la spassosa esemplificazione di Albini». Ma più in generale, salvare o ricreare la musica del testo, il “suono” dei vari personaggi (a ognuno il suo, ma in modo che interagiscano veramente e non che ognuno abbia le proprie belle battute a sé stanti) e così via. E non sono questi problemi anche di chi traduce narrativa o saggistica (per non parlare della poesia)? Non sarà un caso se molti traduttori rileggono, o si fanno rileggere, ad alta voce il proprio testo.

Ma nell'articolo c'è molto altro: ho appena sfiorato la superficie: soprattutto considerazioni utili per chiunque (come rendere i saluti? riportarli su una scala “ciao/salve/buongiorno”? come parlare di “amici” o di “cattivi”?), e altre più specifiche relative alle lingue classiche. Se si ha un'infarinatura anche solo di una delle due, vale la pena almeno di scorrerle, per cogliere perle come per esempio le difficoltà presentate da un frammento apparentemente semplice (è la nutrice che sta parlando alla Medea senecana) quale «coniugis nulla est fides». Che cos'è quella fides ormai assente in Giasone? La risposta “da vocabolario”, parlando di un rapporto tra persone, è “lealtà” (o “fedeltà”, o “promessa” o simili), ma bisogna cogliere bene quello di cui si sta parlando:
Qui molte versioni del laboratorio ... hanno involontariamente caricato la resa di valenze “scandalistiche” («tuo marito ti ha tradita», «ti è infedele ormai tuo marito») che nulla hanno a vedere col significato chiave di questo termine, riferito a un rapporto di fiducia/fedeltà che non si esplica certo solo a livello privato. Qui la nutrice non sta dicendo a Medea quanto ella sa già, cioè che Giasone è promesso a un’altra, ma che l’eroe, a differenza dei tempi dell’avventurosa fuga dalla Colchide ..., non è più dalla sua parte. Questo forse è uno dei casi in cui la traduzione per la messinscena – che ha e deve avere mani più libere rispetto alle costrizioni poste da altre destinazioni – avrà l’opportunità di valorizzare il significato di fides con una resa – ancora una volta – esegetica (e.g. «in tuo marito non puoi trovare appoggio»).
Buona lettura!

lunedì 2 febbraio 2015

Icaro??

La frase più divertente (involontariamente?) che ho letto negli ultimi giorni:

Un qualche errore nostro? È possibile, chissà quante volte abbiamo infilato un sentiero sbagliato, Icaro senza un'Arianna.