martedì 5 maggio 2015

Aldo Moro e “Forza Italia!” (il film)

Ho visto di recente un film di Roberto Faenza, il che mi ha fatto rendere conto che in precedenza ne avevo visto solo il film di montaggio sulla DC Forza Italia!, uscito poco prima del rapimento di Moro e subito dopo ritirato dalle sale. (In realtà, guardando la sua filmografia mi accorgo di aver visto anche il dimenticabile Caso dell'infedele Klara.)
Mi è capitato di leggere che a Moro stesso si attribuisce dal sequestro un elogio del film, a condanna del proprio partito. Ho voluto approfondire. Il fatto viene ripetuto spesso, e un po' allegramente, in rete, ma senza riferimenti specifici. Una fonte che dovrebbe avere un certo peso è un'intervista a Faenza stesso:
Aldo Moro negli ultimi giorni del calvario di via Montalcini, scrisse di “Forza Italia”: “È l'istantanea più fedele della spregiudicatezza della Dc”. Povero Moro. Il film l'aveva visto davvero. Ci ho pensato per anni.
La presunta citazione non trova nessun altro riscontro in rete, e nell'edizione integrale Einaudi delle lettere di Moro dalla prigionia Faenza non compare nell'indice dei nomi (non è una dimostrazione a prova di bomba, ma nell'indice compaiono anche i nomi menzionati solo nelle note, dove presumibilmente verrebbero dati gli estremi del film, se fosse nominato nel testo).
Esiste però anche il cosiddetto “Memoriale Moro”, che è un insieme di testi redatti dai brigatisti e in parte attribuiti a Moro. Qui compare l'unica menzione che ho trovato del film (aggiungo un poco di contesto):
Da qui quell'indubbio poderoso cambiamento di personale dirigente a diversi livelli, di base, di sezione, di provincia, di regione, di consiglio nazionale (meno), parlamentare. Non è detto che tutti siano migliori: sono però nuovi e diversi e portano più modernità, più spregiudicatezza, più laicismo. Infatti il legame con la Chiesa è afflosciato. E per chi abbia visto “Forza Italia”, fa impressione il linguaggio, a dir poco, estremamente spregiudicato, che i democristiani usano al Congresso tra un applauso e l'altro all'On. Zaccagnini. Sono modi di dire e di fare che un tempo sarebbero apparsi inconcepibili.
Peraltro – se le parole sono veramente del rapito – Moro dimostra sì di aver visto e apprezzato il film, ma è meno critico nei confronti della DC di quanto sembri di solito: sembra anzi apprezzarne il rinnovamento. (E “spregiudicato” è un aggettivo pregevolmente ambiguo: può denotare chi se ne infischia delle regole o del vivere civile, ma anche chi è privo di pregiudizi e non si lascia condizionare da “come si è sempre fatto”.)
Spero che qualcuno trovi la citazione esatta, perché non posso certo credere che Faenza abbia inventato la citazione, o che l'abbia riportata a memoria in modo così fantasioso.

venerdì 6 marzo 2015

Di trecca o di cicciaio

Scrive Manganelli a conclusione della «Nota del traduttore» alla sua versione di alcuni racconti di Poe:
Un lungo lavoro su Poe produce due effetti: insegna un certo inglese, ne fa dimenticare un altro. L'inglese di Poe è tutto mentale – non astratto, ma piuttosto collocato in uno spazio inventato, innaturale, snaturato. In parallelo a Poe si può leggere Jane Austen, il cui vitreo linguaggio si finge e mente naturale; ma quando mi è venuto in mano un libro di Dickens, polimaterico, fonico e coacervato dondechesia, ho gustato le vertigini; quello che, suppongo, debbono provare i jinn che si incarnano o, se meglio vi s'acconcia, gli angeli che un celeste errore obbliga a calarsi in un corpo infimo e splendido di trecca o di cicciaio, che vale venditor di trippe per gatti.

mercoledì 4 febbraio 2015

Note alle note a piede d'anfiteatro

Il culto della parola isolata è il trabocchetto più volgare, ma ad un tempo più sottile che si apre dinanzi al traduttore: perché mai, se tutti lo conoscono e stanno sull’avviso, è così facile cascarci?
Benvenuto Terracini


M'è capitato, arrivandoci per caso mentre cercavo quasi tutt'altro, di leggere questo articolo molto interessante: «Note a piede di anfiteatro»: la traduzione dei drammi antichi in una esperienza di laboratorio di Federico Condello e Bruna Pieri (apparso in Dionysus ex machina, IV (2013), 553-603).

Potrebbe apparire piuttosto specialistico, perché parla di un'esperienza didattica di traduzione di testi teatrali classici dal greco e dal latino, con esempi in particolare da Eschilo e Seneca. In prima approssimazione tocca problemi specifici di questo tipo di testi, e quindi non concerne chi legge o traduce testi moderni e in prosa, no?

Niente affatto: la resa in italiano delle tragedie greche e latine mette sotto il microscopio, esaspera in modo fertile, varie questioni che riguardano in realtà qualunque lettura e qualunque traduzione.

Intanto, il “traduttese” alberga ovunque, e se non è quello del doppiaggio affrettato di film americani è quello delle versioni da liceo classico; se dal primo ci vengono i classici automatismi di sicuro, fottuto, dannazione, dalle seconde vengono – anche se per meccanismi diversi – i giacigli, le scolte, gli illustri, e altri traduttismi assortiti

sia di ordine grammaticale (gli “o” dei vocativi, i “fra” dei partitivi, i gerundi delle subordinate implicite, etc.), sia di ordine lessicale (le varie “tracotanze” e “virtù”, le “sciagure” e le “trepidazioni”, etc.); e non c’è da stupirsi troppo se, per il nudo e potente esordio eschileo ..., compare addirittura un “vogliano gli dèi etc.”, cioè l’abituale, abitudinario equivalente scolastico della desiderativa; o se ... le opes di Medea non sono il “potere” ma i canonici “mezzi”; e, ancora, se la presenza del gerundivo nell’avvertimento della Nutrice a Medea (rex est timendus) scatena rese, per così dire, pavloviane come “temere il re è nostro dovere” o “c’è un re da temere” (perché – fra l’altro – in “traduttese” si “teme”, non si “ha paura”).

Ma il traduttese, vecchio e nuovo, è solo uno dei motivi di interesse dell'articolo. Tradurre il teatro antico mette a fuoco almeno altre due questioni con cui in realtà si confronta quotidianamente qualsiasi traduttore.

Uno è il problema dei realia, dei riferimenti culturali ovvî per il lettore (o spettatore) della lingua e dell'epoca di partenza, ma forse misteriosi per chi legge qui e ora. Al contemporaneo di Sofocle era per esempio chiaro che, in certi contesti, se una persona era seduta lo era in segno di supplica. Che fare oggi? Aggiungere appunto “in segno di supplica”? Far inginocchiare quel personaggio anziché sedere? Confidare nella cultura o nell'intuito del lettore/spettatore? E chi o cosa saranno mai l'Istro e il Fasi che, neppure loro, potranno lavare e purgare la reggia di Edipo?
Spero sia chiaro che questa distanza che ci separa da Sofocle o Eschilo non è poi diversa (non dirò neppure “maggiore”) da quella che ci separa dai pescatori della Lousiana o dall'Africa post-coloniale contemporanea. Chi traduce per il teatro deve risolvere tutto, sempre, all'interno del testo – non si danno «note a piede d'anfiteatro» (a questo si riferisce la citazione da Sanguineti ripresa nel titolo) – e anche in questo ha forse da insegnare a chi ha il relativo agio di tradurre per la pagina scritta, che punterebbe però comunque a evitare anche le note a piè di pagina. 

Proprio la destinazione teatrale è alla base dell'altra questione molto istruttiva anche per chi non ha come destinazione il palcoscenico: la “dicibilità”. È problematica e contestata fin dal nome, ma è innegabile: il testo deve “suonare bene”; o magari suonare male, scabro, straniante ma a ragion ben veduta.
Questo naturalmente significa, ma solo al livello più elementare, evitare ovvî e buffi accostamenti: «“Ti ritiri?”, “più pio”, “telai idei”, “flutti di mare” (“arselle, garusoli, vongole e simili ghiottonerie”?), etc., secondo la spassosa esemplificazione di Albini». Ma più in generale, salvare o ricreare la musica del testo, il “suono” dei vari personaggi (a ognuno il suo, ma in modo che interagiscano veramente e non che ognuno abbia le proprie belle battute a sé stanti) e così via. E non sono questi problemi anche di chi traduce narrativa o saggistica (per non parlare della poesia)? Non sarà un caso se molti traduttori rileggono, o si fanno rileggere, ad alta voce il proprio testo.

Ma nell'articolo c'è molto altro: ho appena sfiorato la superficie: soprattutto considerazioni utili per chiunque (come rendere i saluti? riportarli su una scala “ciao/salve/buongiorno”? come parlare di “amici” o di “cattivi”?), e altre più specifiche relative alle lingue classiche. Se si ha un'infarinatura anche solo di una delle due, vale la pena almeno di scorrerle, per cogliere perle come per esempio le difficoltà presentate da un frammento apparentemente semplice (è la nutrice che sta parlando alla Medea senecana) quale «coniugis nulla est fides». Che cos'è quella fides ormai assente in Giasone? La risposta “da vocabolario”, parlando di un rapporto tra persone, è “lealtà” (o “fedeltà”, o “promessa” o simili), ma bisogna cogliere bene quello di cui si sta parlando:
Qui molte versioni del laboratorio ... hanno involontariamente caricato la resa di valenze “scandalistiche” («tuo marito ti ha tradita», «ti è infedele ormai tuo marito») che nulla hanno a vedere col significato chiave di questo termine, riferito a un rapporto di fiducia/fedeltà che non si esplica certo solo a livello privato. Qui la nutrice non sta dicendo a Medea quanto ella sa già, cioè che Giasone è promesso a un’altra, ma che l’eroe, a differenza dei tempi dell’avventurosa fuga dalla Colchide ..., non è più dalla sua parte. Questo forse è uno dei casi in cui la traduzione per la messinscena – che ha e deve avere mani più libere rispetto alle costrizioni poste da altre destinazioni – avrà l’opportunità di valorizzare il significato di fides con una resa – ancora una volta – esegetica (e.g. «in tuo marito non puoi trovare appoggio»).
Buona lettura!

lunedì 2 febbraio 2015

Icaro??

La frase più divertente (involontariamente?) che ho letto negli ultimi giorni:

Un qualche errore nostro? È possibile, chissà quante volte abbiamo infilato un sentiero sbagliato, Icaro senza un'Arianna.

giovedì 9 ottobre 2014

Monnezza ieri e oggi

Due iscrizioni in due traverse consecutive di una stessa strada del centro di Roma.

1765:

2014, soltanto più laconico:


AGGIORNAMENTO: Proprio nei giorni scorsi il cartello moderno ha ricevuto un upgrade, che lo ha portato un poco più vicino al suo antenato. Forse fra 250 anni sarà uguale:



venerdì 12 settembre 2014

Non per fare polemica...

Oh, ogni tanto si legge ancora qualche bella reductio ad Hitlerum nitida, in prima battuta, come si deve!

In due parole: stroncatura di un thriller di cui la recensora dice che è mal scritto, mal costruito, troppo debitore di Thomas Harris, ma soprattutto molto maschilista. In mezzo a commenti di approvazione uno dice «A me la questione del maschilismo sembra secondaria: se proprio devo scegliere, preferisco leggere un romanzo maschilista ma ben congegnato piuttosto che il contrario (dopotutto Bret Easton Ellis, Martin Amis e Michel Houellebecq sono tutti dei gran maschilisti e tuttavia grandi autori)». Ed ecco che gli controbattono (non si sarebbe detto, eh?): «Non per fare polemica, però è come se dicessi che il Mein Kampf è un buon libro nonostante le idee razziste. Ovvio che non può essere così».

(Per il resto non so niente del libro, né della recensora, né dei commentatori. Potete trovare tutto qui, se vi interessa.)

domenica 7 settembre 2014

Ci sarebbe da lanciare un gaschetto

Ho letto il libro con la peggior traduzione che abbia mai visto. In realtà non l'ho letto tutto, perché arrivato a un certo punto, rendendomi conto che non ci stavo capendo niente, che nei dialoghi i personaggi parlavano a vanvera, che le descrizioni erano incomprensibili e la vicenda si seguiva a stento, mi sono procurato l'originale e ne ho ricominciato la lettura da capo. Questa volta – ma guarda un po' – filava tutto.
Si tratta di Nome in codice: Sparta di Paul Preuss, pubblicato da Mondadori nella collana Urania nel 1991. Il titolo originale è Venus Prime 1: Breaking Strain. Poi torno sul libro in sé, che ha più di un motivo di interesse, ma prima mi levo il dente della traduzione.

Il problema è che chi tradusse a quanto pare non capiva buona parte di quello che stava leggendo: per poco che ci fosse un termine fuori dai 1000 più comuni o una frase idiomatica (anche abituali come by your bootstraps, oppure mighty nel senso di “estremamente”) si perdeva e cominciava a inventare. Ne vengono fuori frasi insensate, che magari ci starebbero anche bene, ma in tutt'altro romanzo.
Per esempio, durante una certa asta la signora Sylvester è interessata solo a uno specifico oggetto:


As far as Sylvester was concerned they could have been auctioning a piece of the True Cross (p. 84 dell'edizione ibooks; mia traduzione di servizio: «Per quel che ne importava alla Sylvester, potevano battere all'asta anche un pezzo della Vera Croce»).

Resa del Nostro, che ricordava vagamente che to concern può significare «preoccupare»:


La Sylvester era preoccupata che potessero riuscire a impadronirsi di un pezzo della Vera Croce (p. 50 dell'edizione Urania).

C'è un intero dialogo in cui, nella versione tradotta, non si capisce di che cosa si stia parlando. Uno parla di una tipa trasognata e poco vestita che sembrava non vederlo, «a parte il fatto che non ero neanche nella stessa stanza» (p. 21). Eh? Ah, no ecco, la questione era che la tipa si comportava come se lui non ci fosse (But like I wasn’t even in the same room, p. 37). E, nel posto misterioso con tizie come quella, «la maggior parte della gente che passa da lì, pretende di salire per affittare i servizi dello studio? Contrattano, amico [...] Comprano e vendono...» (p. 22) Se lo dici tu... Ma non sarà invece che fanno finta di essere interessati ai servizi di un fantomatico studio di registrazioni, mentre in realtà è una specie di bordello dove si spaccia droga? (Most of the people who come through here, claim they’re goin’ up to rent the studio facilities? They’re just dealin’, man, [...] Just buyin’ and sellin’..., p. 38)

Certe volte il Nostro sembra fare come uno studente mediocre alle prese con una versione di latino: cerca le singole parole sul vocabolario, e poi assembla quello che ha trovato in modo da formare una frase di fantasia:


Truth is, field supervisors are mighty partial to perfect physical specimens (p. 54; mia trad. di servizio: «La verità è che i supervisori sul campo ci tengono molto a esemplari fisici perfetti»).

diventa:


La verità è che il campo d'azione dei supervisori non è abbastanza potente per perfezionare le caratteristiche fisiche (p. 32).

Prima delle perle finali, un altro paio di esempi quasi a caso. In realtà i fraintendimenti, le rese così letterali da essere incomprensibili, le parole simili scambiate tra loro sono presenti in praticamente ogni pagina. Questi esempi sono i pochi che ho avuto la forza di trascrivere nella parte che sono arrivato a leggere.

private asylum for disturbed members of the families of the modestly well-to-do (p. 16; mia trad. di servizio: «manicomio privato per membri con problemi psichici di famiglie discretamente benestanti»).

diventa:


clinica privata per i membri malati di famiglie modeste (p. 9).

Certe volte la soluzione più semplice è semplicemente inventare una parola: tanto è fantascienza, no? E così Air Defense Command will pop a gasket (p. 31), dove to pop a gasket è un'espressione idiomatica che significa più o meno «dare in escandescenze», viene reso «Il Comando di Difesa Aerea lancerà un gaschetto» (p. 18). Certo, un gaschetto...

E se uno ignora l'inglese, il buon senso, la storia, Alfred Tennyson e tutti i film, libri e riferimenti sulla carica dei Seicento, può benissimo rendere thundering straight up the valley like the entire Light Brigade at Balaklava (p. 77) con «tuonando dritto nella valle come l'intera Brigata della Luce a Balaklava» (p. 46).

Infine, ma solo perché mi sono stufato, nella postfazione di Arthur C. Clarke (ora ci torno su) si dice che l'immagine romantica del pianeta Venere come ambientazione tropicale di avventure misteriose è venuta meno quando si è appresa la vera natura della sua superficie: Gone with the thousand-degree-Fahrenheit wind of sulphuric acid vapour... E il Nostro, che ha capito tutto e ha colto un riferimento culturale l'unica volta che non serviva, rende: «Una specie di Via col vento a migliaia di gradi Fahrenheit, nei fumi dei vapori acidi e sulfurei...».

Ora, dicevo che il libro in sé non è privo di interesse, su più livelli. La vicenda del romanzo (e dei cinque che lo seguirono) ruota attorno a una ragazza dal passato misterioso, sottoposta a un programma di incremento delle abilità fisiche e mentali avviato dai genitori ma poi rilevato da altri, e che ora usa le sue capacità (e gli accessori inseriti nelle dita, e l'antenna formata dalle ossa e...) per svolgere indagini per un ente spaziale. E va be', lo spunto non è originalissimo, ma è svolto bene.
La cosa divertente, però, è che ognuno dei sei romanzi è basato su un racconto di Clarke, ripreso quasi alla lettera, incastonato nel testo e ampliato in tutte le direzioni, in modo molto riuscito, per lo meno in questo primo caso. Qui si tratta di «Breaking Strain» (in italiano «Aria per uno»), che è uno dei racconti a cui hanno attinto Clarke stesso e Kubrick per 2001: non sorprendentemente si parla di una situazione claustrofobica che si viene a creare tra i due uomini dell'equipaggio di un'astronave.
E a questo riguardo c'è un'ulteriore zampata dell'ineccepibile cura editoriale del volume Urania. In appendice è riportato il racconto di Clarke, il che sarebbe un'ottima cosa. Se non fosse che è tradotto da un'altra persona e così quella che nell'originale era una ripresa letterale quasi dell'intero testo, solo «rimontato» e con minime varianti per inserirlo nella storia più ampia, diventa una curiosa parafrasi su cui il lettore italiano è lasciato a lambiccarsi il cervello.

venerdì 6 giugno 2014

Dal Do al La


Le altre sei note a quanto pare sono roba da peccatori (per non parlare di quelle alterate!).

venerdì 2 maggio 2014

Caffè Qualcosa o Qualcosa Caffè?

Tra i numerosi fenomeni dovuti all'influsso dell'inglese sull'Italia (si veda per esempio qui per alcune considerazioni su quelli puramente lessicali), sono divertenti quelli in cui non si allineano lessico e sintassi.
In più di un locale, per indicare che ci si può collegare gratis alla loro rete wifi, troneggiano scritte del tipo “WIFI FREE”, in cui le parole sono inglesi, ma il loro ordinamento è quello italiano (col buffo risultato che alla lettera risulta che quel posto è “privo di wifi”).
Un fenomeno inverso si verifica qui:


I caffè (nel senso di locale; la cosa è in parte diversa per le marche di caffè in grani o macinato) in italiano, tradizionalmente, si chiamano “Caffè Qualcosa”, non “Qualcosa Caffè”. È un calco palese dai “Something Café” (o “Cafe”) anglofoni, che a loro volta sono pseudofrancesismi.

lunedì 3 febbraio 2014

Trenitalia ci tiene all'... inglese?

Suppongo che “sisterni short” sia un capo d'abbigliamento, ma chi può dirlo?

Thank you for confirming the update process data. / Your data will be updated in sisterni short, when you receive a confirmation email.

(Scherzi a parte, è la stessa lingua di “All your base are belong to us”, vero Trenita’?)